Gaia Leone

Ciao Gaia! È un vero piacere per me averti qui e poterti intervistare! Come stai? L’ultima volta che ci siamo viste tu eri su un treno diretto a Roma e ci siamo scambiate al volo un basso fretless alla stazione di Aversa (CE) o sbaglio? Custodisco ancora gelosamente il disco del Trio of Doom con la tua bellissima dedica!
<<Ciao Isa! Sono davvero felicissima di essere qui. Sì, ci siamo viste proprio lì! Uno scambio musicale in piena regola! Il nostro incontro è stata una piacevolissima aggiunta a quella che poi sarebbe stata l’avventura più grande di sempre per me. Stavo andando a Roma per prendere il visto che mi avrebbe portata in USA!>>

Come state vivendo questo period in USA?
<<Oggi la situazione COVID qui in USA è abbastanza complicata. Ci sono ancora molti nuovi casi e siccome ciascuno stato ha la possibilità di disporre ordinanze proprie, non si riesce a creare un piano unitario che venga seguito da tutti. L’ultimo mese, come sai, è stato cruciale per il Paese (e per il Mondo!) Quindi, speriamo nel 2021 per vedere cambiamenti significativi, soprattutto nella gestione di questa emergenza che ha messo in ginocchio molti musicisti anche qui.>>

Ma torniamo a noi e alla BYL “Pink Edition”. Iniziamo con le domande… pronta?!
Prontissima! Let’s go!!

Cominciamo dalla tua storia, diciamo “dalle origini”! Come hai conosciuto il basso elettrico e cosa ti ha portato a sceglierlo come tuo strumento?
<<Ricordo benissimo! Era il periodo degli esami di maturità (Liceo Classico “T. Campanella”). Stavo aspettando il 2 Luglio per il fatidico esame orale e, per distrarmi dallo stress, cercavo nuovi dischi e artisti che potessero ispirarmi. In quegli anni ascoltavo tanto hard rock (Led Zeppelin, Deep Purple, Jefferson Airplane) e prog rock (Pink Floyd e King Crimson soprattutto) con mia sorella Tullia e SOAD e Dream Theater a palate con mio fratello Aldo. Grazie al prog rock, ero pronta a “spingermi oltre” così una sera nelle mie ricerche mi imbattei nel primo album di Jaco Pastorius. Rimasi incantata, totalmente senza parole. Presi una copia CD e la consumai, poi un’altra e consumai anche quella. A quell’epoca suonavo la chitarra da 5-6 anni ma gli impegni a scuola mi avevano costretta ad una “pausa”. Quel disco cambiò tutto: ripresi a suonare, più entusiasta e curiosa di prima e subito mi innamorai del basso. Comprai il mio amato fender jazz (che ho ancora con me!) in un negozio nella mia città natale (Reggio), montai delle flatwound e…non mi sono più fermata da allora!  Penso che in realtà sia stato il basso a scegliere me. Quando ho cominciato, non ho mai voluto “forzare” nulla in termini di “oh! Comincio a suonare perché voglio farne la mia carriera professionale/diventare famosa/essere la migliore etc etc”. È stata pura passione e “intesa” con lo strumento. E Jaco con quel disco-capolavoro mi aveva magistralmente mostrato può assumere tante sfumature: strumento lead ma anche di accompagnamento; melodico e lirico ma anche solido e fondamento del groove. È questo è ciò che penso ancora. E sono ancora davvero felice ed entusiasta di essere bassista. Questa consapevolezza non è andata via con gli anni, anzi  è sempre maggiore!>>

Quali sono stati i tuoi studi e chi sono stati i tuoi insegnanti?
<<Ho principalmente studiato il basso elettrico da autodidatta. Quando ho iniziato con il basso, avevo già alle spalle anni di studio privato di chitarra classica e acustica con il mio mitico primo Maestro di Musica, Marco Ascrizzi (che saluto tantissimo se ci sta leggendo!). Pensa che già allora aveva già intuito che io fossi una “groove addicted” perché adoravo quando studiavamo chitarra ritmica o quando, per accompagnare mia sorella che prendeva lezioni con me, mi assegnava le linee di basso da suonare.
Pochi mesi dopo il mio primo fender, sono stata invitata a suonare con alcune band della mia città e lì ho maturato le prime esperienze importanti dal vivo e in studio.
Ma la vera svolta è stata circa 7 anni fa quando ho provato a fare un’audizione per un programma estivo di 5 settimane al Berklee College of Music. Grazie ad una borsa di studio, ho fatto il mio primo incredibile viaggio negli USA (mia meta dei sogni da quando avevo 9 anni!) E da lì tutto è cambiato. Alla fine del programma, decisi di tentare con un’audizione per il full-time program e venni accettata con una borsa di studio completa per l’anno accademico 2014-2015. Berklee mi ha veramente cambiato la vita. Ho avuto l’onore di studiare con i miei miti del basso (Esperanza Spalding, Eddie Gomez, John Patitucci, Michael Manring, Victor Wooten e tanti altri) e di conoscere altri grandissimi bassisti e didatti che sono diventati tra i miei mentors più importanti, nonché amici e addirittura colleghi, in qualche caso (Danny Morris, Mike Pope, Fernando Huergo, Tom Appleman, Ed Lucie). Al college ho veramente esplorato concetti di teoria, armonia, arrangiamento, ear training, contrappunto e direzione d’orchestra che erano a me fino ad allora sconosciuti.
A Berklee ho anche mosso i primi passi verso il mondo dell’arrangiamento e della produzione, che sono oggi i miei campi principali.>>  

I: Ci sono stati personaggi che ti hanno ispirata particolarmente e perché?
<<Mi ricordo di una conversazione con Alain Caron, bassista e compositore dello storico gruppo UZEB ma anche molto prolifico nel suo lavoro da solista.
Un giorno scoprii che avrebbe tenuto una masterclass + concerto a Milazzo (Sicilia). Ovviamente, partii subito e mi ritrovai in questo grande locale, con altri 4-5 colleghi ed Alain e la band seduti a un passo da noi. Ricordo che gli feci una (banalissima hahaha) domanda sull’intonazione sul fretless e su come esercitarsi per svilupparla. Prima di rispondermi in maniera “tecnica”, Alain mi guardò e disse “You’ve gotta want it more than everything!”. E lì per me fu come una rivelazione. Perché avevo realizzato che anche i “big”, quelli che noi pensiamo siano così lontani da noi, invece hanno emozioni e sentimenti proprio come noi. Prima di essere una cosa tecnica, doveva essere una cosa proveniente da te, dalla tua volontà, dalla voglia di crescere e migliorare. SEMPRE, anche quando sei Alain Caron! Fu un’esperienza indimenticabile che mi segnò a vita. E questo concetto lo applico non solo allo studio del basso ma a qualsiasi cosa: alla carriera, alla vita qui in USA. È stata una di quelle rare volte in cui il concetto di una lezione “trapela” nella tua vita di tutti i giorni. Alain, merci beaucoup!!
Nella mia esperienza a Berklee ho avuto l’onore di incontrare e studiare con tantissimi personaggi importanti. Ma direi che forse quello che è rimasto con me più di tutti e il mio semester di studio con Victor Bailey (uno dei miei bassisti preferiti che militò, tra l’altro, nei Weather Report dopo Jaco).
Come sai, Victor purtroppo ci ha lasciati nel 2016 a causa della malattia che lo affliggeva. Ma ha insegnato a Berklee fino all’ultimo. Ed io ho avuto l’immenso onore di essere stata una delle sue ultime studentesse. Alla prima lezione arrivai emozionata e quasi incredula. Lui era seduto sulla sua sedia e mi chiese “Allora, chi sono le tue influenze sullo strumento?”
Io sorrisi e dissi “Beh…TU!”. Studiare con Victor non è stato soltanto utilissimo dal punto di vista “bassistico” ma anche lui mi diede un’importantissima lezione di vita. Verso la fine, purtroppo non riusciva più a camminare, era debole ed aveva perso molto tono muscolare. Faceva fatica a prendere il basso in mano. Ma quando cominciava a suonare, potevi sentire una forza strepitosa. La vera essenza di quell’uomo stava lì, nella sua Musica. Vedevo la Musica trascendere la fragilità umana. È uno dei ricordi più forti e più belli che porterò con me per il resto della vita! E oggi Victor continua a vivere nei suoi capolavori.>>

 Hai frequentato dei corsi che ti hanno dato importanti spunti di riflessione.? Qualche incontro artistico o didattico che ha cambiato il tuo approccio con lo strumento o la tua pratica musicale?
<<Come dicevo prima, a Berklee ho approcciato il mondo della produzione, audio engineering e recording. Ma non ho mai abbandonato la mia passione per il basso. Ricordo un corso di “Production for Bass Players” insegnato dal Professor Loudon Stern (ora a capo del development team per il progetto di Berklee x Power Station a New York) che mi ha davvero fatto riflettere sul modo in cui i bassisti professionisti approcciano le recording sessions, sia “fatte in casa” che in uno studio professionale. La cura nei dettagli, nella ricerca del tono giusto, nella preparazione della session e nella delivery, fino ad arrivare anche al follow-up con i clienti e la presentazione del prodotto. Sono tutte cose che contribuiscono a porti sul mercato come professionista anche quando magari hai solo un laptop, una scheda audio ed il tuo basso. In molti casi, è comunque tutto ciò che ti serve. Questo corso si è rivelato poi cruciale in questi tempi di pandemia in cui è difficile andare in studio e mi ha permesso non solo di continuare a lavorare ma anche di trovare nuovi clienti e progetti. Credo sia offerto anche via Berklee Online e lo consiglio vivamente davvero!>>

Parlando appunto di didattica, ti vorrei chiedere quali sono state le cose più importanti che hai imparato al Berklee College of Music?
<<Siccome ho già menzionato alcune esperienze didattiche di Berklee, colgo questa occasione per parlare di un’ altra “lezione” importantissima che ho imparato soprattutto studiando lì. E si riassume in due parole in Inglese “Be Nice” (sii gentile). L’industria Musicale è sicuramente molto competitiva ma rimarresti davvero sorpresa nel vedere quanto (la maggior parte, ovviamente) delle persone siano in realtà disponibili ad ascoltare ed aiutarti. In particolar modo, quando ti rapporti ad i tuoi “colleghi”, ai musicisti del tuo stesso “giro” per esempio, a Berklee è fondamentale essere sempre pronti ad aiutare, a dare un consiglio o a indirizzare chi chiede, nella giusta direzione. Spesso vedo realtà in cui c’è “conflitto” tra bassisti, tra musicisti che si “rubano la scena” o che si sabotano a vicenda e mi stupisco perché in realtà le cose qui funzionano in modo quasi opposto. Io vedo il mio/la mia collega bassista non come un nemico ma come un importante anello del mio “network”. Potrebbe essere lui/lei la fonte del mio prossimo gig. Ed io viceversa per lui/lei. So che può sembrare un ragionamento opportunistico ma non deve per forza sempre essere così. Se tu parti con questa visione, vedrai che potrai sviluppare non solo connessioni nell’industria ma anche collaborazioni e progetti in cui credi davvero e stringere anche grandi amicizie. Insomma, per me “l’unione fa la forza”. Con rispetto ed attenzione ovviamente.>>

Quali sono state le tue esperienze lavorative? Partiamo dalle prime esperienze e arriviamo alle collaborazioni più importanti. Quali di queste porti nel cuore e perché?
<<Come bassista, sono fierissima del mio lavoro con il rapper “Tristan Simone”. Questo progetto ha preso vita l’estate scorsa ed ha messo insieme una vera e propria squadra di musicisti, produttori, arrangiatori ed ingegneri provenienti da tutto il Mondo. L’album, in uscita nel 2021, si chiama “The Testimonial Dance of Bella Madness” ed è un viaggio nella psiche di Tristan. Per me è stata un’esperienza importante perché mi ha avvicinata ad un genere che non suonavo molto ma che adesso non solo pratico ma apprezzo veramente. Parlo dell’hip-hop più “old school” come Public Enemy e di Andre 3000 che continua a sorprendermi sempre di più. “Bella Madness” sarà un album molto eclettico e “weird” quindi è difficile dargli un’etichetta di genere “fissa”. Un assaggio di quello che stiamo creando lo puoi trovare nel brano “Music is Dead”, disponibile su YouTube come recorded video session. Qui abbiamo cercato di unire la grit di Tristan e del rap con la leggerezza del piano “lirico” (del mio caro amico e collega Riccardo Gresino) e la groove foundation del basso per affrontare il delicato quanto potente argomento del suicidio di un amico. Una specie di “hip hop meets classical” ma senza string sections o samples di orchestre. Sono davvero orgogliosa del risultato e non vedo l’ora di potere presentare il full album!>>

Quale genere musicale ti rappresenta di più?
<<Anche se il mio amore per il jazz e la fusion non si discute, io sono un’indie rock person al 100%!!  Direi perché è in questo genere che riesco a “sciogliermi” da qualsiasi convenzione e provare, provare, provare. L’indie rock è per me sinonimo di sperimentazione, di sentimenti “crudi” e veri e di “voglia di fare”. Mi piace l’idea di ragazzi che si incontrano e cercano di creare qualcosa di nuovo. Di esplorare mondi diversi. Senza dover per forza essere iper virtuosi o svettare in cima alle playlists o classifiche. Prendi band  semi-sconosciute come “The Sunshine Factory” o I “Land of Talk”. E questo forse è il sentimento che in generale mi porta a scoprire i miei artisti/brani preferiti, quindi anche oltre il genere di per sé. Il mio sogno nel cassetto è quello di mettere fuori un album di indie rock. E chissà, magari è già quasi pronto…>>

E ora passiamo alla questione “donne nella musica”, argomento molto importante. Ci sono stati episodi o situazioni in cui hai sentito di essere discriminata in quanto donna-bassista? Hai subito ingiustizie o episodi di mobbing rispetto ad un collega uomo? Ti sei sentita limitata in qualche modo dal tuo essere donna (Silvia Ottanà ricordava appunto la difficoltà di poter anche solo partecipare alle prove in sale che si trovavano in seminterrati lontani e con la presenza di soli uomini o anche semplicemente da sola a casa tardi la sera dopo un live)?
<<Penso seriamente che le musiciste, e le donne in generale, debbano sempre fare il doppio della fatica per ottenere gli stessi risultati dei loro colleghi. Ma del resto, viviamo in un mondo in cui c’è differenza tra i salari di uomini e donne solo perché le donne…sono donne (?!?).
Sì, essere bassista ed essere donna è difficile. È triste scoprire che io e le mie colleghe bassiste possiamo relazionarci sulle innumerevoli volte in cui abbiamo ricevuto i trattamenti del tipo “oh! Sei nella band? Quindi DEVI essere la cantante!”; “Oh! Suoni? Allora DEVI essere una pianista” – classica, possibilmente, nda.). Ricordo una sera un concerto a Boston in cui il palco era piuttosto “affollato” perché avevamo un piccolo coro con noi. Io restavo un po’ coperta dal resto. Alla fine del concerto, mentre metto via lo strumento, questo signore si avvicina a me e mi chiede dov’è il mio fidanzato perché “voglio fargli i complimenti! Ottimo suono ed esecuzione” Gli ho dovuto ripetere 3 volte che il bassista ero io. Non era evidentemente convinto perché ha letteralmente proceduto a prendermi la mano, “analizzarla”  e poi dire “impossibile! Con queste mani piccole?!?” Cercando complicità da altri spettatori lì intorno che però non gli diedero retta e anzi lo allontanarono.
C’è gente ( e parlo di cosiddetti “educatori”) che sostiene veramente che “bisogna essere uomini per suonare il basso”. La cosa peggiore? Questa gente pensa questo e comunque non disprezza di prendere studentesse bassiste. Io mi chiedo allora, cosa insegnerai a queste ragazzine? E soprattutto COME? Come le farai crescere se già le consideri “inadatte” allo strumento?
Specialmente quando ho iniziato, mi sono sentita a volte “osservata” nel modo sbagliato: non per come suonavo ma perché sono una donna.  Se sei un performer, è normale essere comunque sotto la spotlight ma appunto deve essere per il motivo giusto, o meglio, vero. Sei una brava musicista. Una bassista competente.
Con il tempo e le esperienze ho imparato che ciò che ti “limita” non è AFFATTO l’essere donna. Ciò che ti limita sono gli stereotipi ed i pregiudizi delle persone. Io sono orgogliosissima di essere donna e musicista e non ho permesso e mai permetterò a nessuno di farmi cambiare idea :). Ma ovviamente non è sempre facile.
Qui a Los Angeles dove vivo ora, lavoro principalmente come compositrice e di colleghe ce ne sono davvero poche rispetto alle controparti maschili.
Ma l’aria di cambiamento si respira, eccome! Ci sono studi, compagnie, band e collettivi tutti al femminile che stanno lavorando davvero sodo per introdurre rappresentazione di genere di qualità nella già molto competitive industria di Hollywood. MPATH Tracks è una di queste realtà ed io sono veramente orgogliosa di poter lavorare come compositrice e fare la mia piccola ma importante parte in questo nostro progetto di “rivoluzione non violenta” !
PS: mi sembra ridonante dirlo, ma ovviamente so bene che ci sono uomini, musicisti e non, che combattono per la nostra stessa causa e sono tra gli alleati più importanti che possiamo avere. Tra questi, il curatore di MPATH Tracks, Michael A. Levine, che oltre ad essere un compositore di fama globale, è sempre in prima linea per noi e con noi!>>

Quali sono i tuoi progetti musicali attualmente attivi?
<<Sono all’attivo impegnata come produttrice ed arrangiatrice per il Progetto MUSES che si occupa di raccontare le storie di 9 incredibili donne nel Mondo attraverso la Musica. Io e la fondatrice, Noemi Cruciani, ci siamo incontrate a Berklee e abbiamo cominciato a sviluppare il progetto quest’estate. Il 15 Gennaio 2021 uscirà il primo dei 9 brani, “Breathe The Air of Peace” dedicato all’attivista Janna Tamimi (la giornalista più giovane al Mondo). Il progetto è ovviamente ancora in fieri ma ti posso rivelare in anteprima che la prossima Musa sarà Italiana! Il brano dedicato a lei uscirà invece il 15 Febbraio 2021.>>

Domanda da migliaia di € …. Parlaci della tua strumentazione! Quanti e quali bassi/amplificatori hai? Quali preferisci utilizzare nelle varie situazioni lavorative/musicali e perché? Utilizzi effetti?
<<Pochi ma buoni!! Il mio primo basso, un Fender Jazz di primi 2000 su cui ho fatto molto lavoro di modifica (sostituito original neck e cambiati i pick up di fabbrica sostituiti con Quarter Pound Jazz Bass pick ups di Seymour Duncan. Su questo basso monto sempre corde lisce perché cerco di riprodurre un suono più vintage).
Mr. B Father Bass. Basso attivo/passivo via switch. Super versatile e ottimo per studio quando devi ricreare suoni differenti (simil Music Man, Precision, Rickenbacker…). E, soprattutto,  di liuteria ITALIANA! Un basso che hanno apprezzato molti Americani qui. Ho anche avuto un Fodera Emperor 5 e un Fender Mustang qualche anno fa.
Ampli: MarkBass!! Ho uno Standard 104 HF e un Mini CMD 121. Ho anche una splendida Motown DI della Acme Audio.
Pedali: i miei preferiti sono: 10 Band EQ pedal di MXR, compressore MXR, OCD della Fulltone, Chorusaurus della Aguilar. Di TC Electronics,  SubUp ottave processor e Hall of Fame 2 Reverb. Custodisco gelosamente un BassBalls Envelope filter, Russian edition in black che mi fu regalato tanti anni fa dal mio amico e collega Emanuele Triglia (produttore e bassista, tra gli altri, di Davide Shorty. Artisti che consiglio VIVAMENTE di seguire!)>>

Domanda o riflessione a piacere
<<Vorrei condividere con voi la piccola realtà di BertinelliSound, la compagnia di Produzione  Musicale che ho recentemente fondato con il mio partner, Leo Bertinelli. Abbiamo deciso di unire le nostre forze (io compositrice/arrangiatrice e lui ingegnere del suono/certificato in Music acoustics) per realizzare una Production company in cui il cliente può arrivare con un’idea base (di solito una demo registrata su un memo vocale dell’iPhone!) E uscire con un prodotto completo fino al mastering. Anche se siamo in attività da poco tempo, abbiamo avuto l’onore di partecipare a progetti di rilievo come il World Singing Day 2020, il 24 Hour Telethon for Homelessness organizzato in partnership con le Nazioni Unite e di collaborare con network televisivi quali Discovery Channel, CBS ed NHK Japan. Ci occupiamo sia di produzione per Media che di singoli Artisti/Band. Ci piacerebbe collaborare e conoscere simili realtà Italiane e, perché no, aiutare artisti emergenti a realizzare la loro vision!>>

Grazie mille Gaia per aver partecipato con il giusto entusiasmo a questa intervista “pink” e tanti auguri per i tuoi progetti!

A presto con la prossima intervista e la prossima bassista!

Ciao!

Isa

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